Abdel arriva a Torino nei primi anni 90. È nato a Casablanca e ha poco più di vent’anni quando lascia il Marocco per cercare lavoro. Passa prima dalla Sicilia, poi si sposta a Torino, dove conosce alcuni connazionali che già vivono in città. Decide di restare.
La prima notte la trascorre nei pressi di Porta Nuova. Nei giorni successivi trova lavori diversi ai Mercati Generali, nei cantieri, come muratore. Per anni la sua vita si muove tra lavoro e casa, con pochi contatti fuori dalla comunità marocchina. A Torino conosce anche Oriana, che diventa sua moglie. Con il tempo hanno due figlie e si stabiliscono nel quartiere Barriera di Milano.
Quando entra nel progetto AgroBarriera non sta lavorando. Vede un annuncio e ne parla in famiglia. Non ha esperienza di agricoltura. Non ha mai avuto un orto. Decide comunque di provare. Il progetto accoglie persone del quartiere, italiani e stranieri, con storie e percorsi diversi.
All’inizio Abdel osserva. Non conosce i tempi della semina, non sa come si prepara il terreno. Le prime attività sono semplici, capire dove mettere le mani, seguire chi ha più esperienza. Alcuni partecipanti lo affiancano da subito. Salvatore, Giovanni e Franco gli spiegano i passaggi base, gli mostrano come si lavora la terra, come si alternano le colture, come si gestisce l’acqua.
Abdel racconta quel periodo come un apprendimento quotidiano, fatto soprattutto di presenza costante. L’orto diventa un luogo dove si impara facendo, senza spiegazioni formali.
Lo spazio in cui si svolgono le attività è il Boschetto, un’area verde nel quartiere Barriera di Milano, tra le case popolari e il mercato di piazza Foroni. Qui si sviluppa AgroBarriera, progetto di RE.TE. Ong insieme ad altre realtà del territorio. Gli orti sono individuali e collettivi, affidati a famiglie o gestiti in gruppo.
Con il tempo la presenza di Abdel nell’orto diventa regolare. Dopo il lavoro passa dagli spazi del progetto. Si occupa delle piante, controlla le coltivazioni, sistema le aiuole. Le attività si svolgono sempre insieme ad altri partecipanti. Durante il lavoro si parla di tutto, lavoro, casa, difficoltà quotidiane, piccoli problemi pratici.
Le persone che frequentano l’orto hanno provenienze diverse. Alcune sono arrivate a Torino da altri Paesi, altre vivono nel quartiere da sempre. Nel tempo si costruiscono relazioni che nascono dalle attività concrete. Non c’è un momento specifico in cui queste relazioni iniziano, si formano mentre si lavora insieme, settimana dopo settimana.
Abdel dice che all’inizio non conosceva quasi nessuno fuori dal proprio gruppo di origine. Con il progetto i contatti si sono allargati. Il rapporto con gli altri ortolani passa attraverso il lavoro condiviso. Ci si aiuta nei compiti più pesanti, ci si alterna nelle attività, si coprono le difficoltà fisiche di chi non può svolgere certi lavori.
In alcuni periodi Abdel ha problemi alla schiena. Non riesce a fare lavori prolungati di scavo o zappatura. Gli altri lo supportano. Lui continua a partecipare occupandosi di attività diverse. La presenza rimane costante, anche quando il lavoro fisico è limitato.
Nel tempo il gruppo diventa un punto di riferimento anche fuori dall’orto. Alcuni si incontrano per strada nel quartiere, si riconoscono, si fermano a parlare. Le famiglie entrano in contatto tra loro. Le figlie di Abdel partecipano ad alcune attività e conoscono gli altri adulti del progetto.
Il linguaggio quotidiano dell’orto è semplice. Si lavora e si parla. A volte si scherza, a volte si discute di problemi pratici. Abdel racconta che spesso ci sono battute tra i partecipanti, anche su origini e abitudini diverse. Le differenze restano, ma non bloccano il lavoro comune. Tra loro si dice spesso che Abdel è il più meridionale di tutti, una battuta che torna spesso durante le giornate di lavoro.
AgroBarriera coinvolge anche bambini e attività educative. Nel doposcuola e nei laboratori, i più piccoli lavorano negli orti, osservano le piante, raccolgono erbe, costruiscono piccoli oggetti con materiali naturali. Le attività non seguono sempre una struttura rigida, cambiano in base al gruppo e alle stagioni.
Negli ultimi anni il progetto si è ampliato con BUM, Bosco Urbano Multifunzionale. L’intervento riguarda un’altra area del quartiere e prevede la piantumazione di alberi e arbusti, percorsi pedonali e spazi per attività educative. Il bosco urbano si collega all’esperienza degli orti e ne riprende l’impostazione, lavoro condiviso e gestione collettiva degli spazi.
Per Abdel il senso del progetto non è legato al raccolto. Il risultato agricolo è una parte dell’attività, ma non la principale. Quello che rimane centrale è il tempo trascorso con le persone. Dopo il lavoro l’orto diventa uno spazio in cui fermarsi, parlare, condividere la fatica quotidiana.
Nel suo racconto l’orto è un luogo in cui si impara un’attività nuova, ma soprattutto uno spazio in cui persone diverse lavorano fianco a fianco con continuità. Le relazioni nascono dalla pratica quotidiana, senza passaggi formali, e si consolidano nel tempo attraverso la ripetizione delle stesse attività.
A Barriera di Milano, tra gli orti e le nuove aree verdi, si è costruita una rete di persone che si incontrano regolarmente. Non sempre condividono lo stesso percorso di vita, ma condividono lo stesso spazio e le stesse attività. È in questa routine che si sviluppa la dimensione di coesione che Abdel descrive quando parla dell’orto come di un luogo di lavoro e presenza comune.