Da agosto del 2019 vivo in questo appartamento di case popolari, vicino al centro di Torino. Ci sono arrivato attraverso i servizi sociali, dopo più di trent’anni passati in strada. Per tanto tempo la strada è stata il mio unico punto di riferimento: impari a cavartela da solo, a non aspettarti troppo dagli altri e a vivere alla giornata. Per questo, quando mi è stata data la possibilità di avere una casa, è stato un cambiamento enorme.
All’inizio non è stato semplice. Dopo così tanti anni senza uno spazio mio, abituarmi a stare chiuso dentro quattro mura, rispettare ritmi diversi e condividere spazi con altre persone è stato quasi come imparare una vita nuova. Anche le cose che per molti sembrano normali – il silenzio di una stanza, il rumore dei vicini, avere una chiave in tasca, sapere dove dormire la sera – per me erano qualcosa da riscoprire.
Con il tempo, però, questo posto è diventato davvero casa. Non solo per l’appartamento in sé, ma soprattutto per le relazioni che si sono create. Piano piano ho imparato a conoscere il vicinato, sia le persone del mio piano sia quelle del condominio. All’inizio erano solo saluti sulle scale o nel cortile, poi qualche parola in più, fino a costruire un rapporto di fiducia e di rispetto reciproco. Sul mio piano vive una signora anziana insieme a suo figlio, che ha grossi problemi di salute e si muove con difficoltà. Ci incontriamo praticamente tutti i giorni: a volte ci fermiamo solo per un saluto, altre volte scambiamo due parole sulle cose normali della giornata. Da queste piccole abitudini è nato qualcosa di naturale: aiutarci.
Quando la signora deve fare la spesa e non riesce a portare le borse, spesso vado io al supermercato per lei. Altre volte aiuto suo figlio a scendere le scale o a rientrare in casa, soprattutto quando fa più fatica. Se c’è da spostare qualcosa di pesante, sistemare una piccola cosa in casa o fare qualche commissione, loro sanno che possono contare su di me. E io cerco di esserci, perché so quanto anche un aiuto piccolo possa fare la differenza.
Ma non è un aiuto che va in una sola direzione. Anche loro, a modo loro, sono stati vicini a me. Dopo tanti anni vissuti per strada, avere qualcuno che ti conosce, ti saluta o semplicemente si accorge se ci sei, cambia molto. Ti fa sentire parte di qualcosa. Ti restituisce un senso di dignità e di appartenenza che per tanto tempo avevo perso.
Nel palazzo ormai ci conosciamo un po’ tutti. Non siamo una comunità organizzata, non ci sono regole scritte o iniziative particolari, ma c’è una presenza reciproca. Quando qualcuno ha bisogno, quasi sempre c’è qualcun altro che si ferma a dare una mano, a fare una telefonata, a portare una borsa o semplicemente a scambiare due parole. Sono gesti semplici, piccoli, quasi invisibili, che però costruiscono legami veri. Per me questa è la prossimità: non qualcosa di straordinario, ma la possibilità di esserci gli uni
per gli altri nella vita di tutti i giorni. Dopo un lungo tempo passato ai margini, ho capito che abitare un luogo non significa solo avere un tetto, ma sentirsi riconosciuti e riconoscere gli altri. Ed è proprio in queste relazioni quotidiane che, piano piano, una casa diventa davvero casa.
(Terra Mia Onlus)