San Donato è stato la mia culla, la mia scuola, l’oratorio, il custode discreto dei primi incontri da batticuore.
Vi sono nata negli anni del grande sviluppo economico, quando ancora le ciminiere ammorbavano l’aria con gli odori forti di concerie e birrifici, appena mitigati dal profumo delle fabbriche di cioccolato.
Nel modesto condominio di via Bossi dove sono nata, le porte sui pianerottoli erano appena accostate, bastava dire “permesso” per entrare a chiedere quel che serviva, fosse sale, zucchero, un consiglio di cucina o un piccolo prestito per arrivare a fine mese.
Ho abitato diversi quartieri di Torino, ma quando gli eventi mi hanno obbligata a ripensare la mia vita in un presente canuto e ferito, vi sono tornata.
Sentivo il bisogno di ritrovare quello spirito di comunità, pur consapevole dei profondi cambiamenti che hanno segnato la società nei decenni.
Fresca di pensione, i figli adulti, il marito partito per un viaggio senza ritorno, potevo godere di un bene a lungo desiderato e troppo prezioso per essere sprecato: il tempo.
Avevo gli amici, i libri, gli hobby sempre rimandati, di tanto in tanto i figli, ma mi restava un vuoto che spesso diventava malinconico senso di inutilità.
Sono state la vista di una donna anziana che raccoglieva da terra gli avanzi del mercato rionale e, più ancora della lunga fila di persone, la domenica mattina, davanti alla mensa della San Vincenzo nella bella, elegante, apparentemente ricca via Cibrario, a farmi capire dove avrei dovuto indirizzare le mie energie e impiegare il mio tempo.
Mi sono informata su enti e associazioni attive nel mio territorio poi, passando per caso in via Saccarelli, attratta da quella che non sapevo essere la casa di quartiere, sono entrata per chiedere informazioni. Ad accogliermi, in fondo a un corridoio tappezzato di manifesti, un ragazzo con la barba importante e il sorriso gentile che si è fatto più luminoso quando gli ho espresso il desiderio di dedicare parte del mio tempo al quartiere.
“Sei nel posto giusto “mi ha detto
“È questa la casa di quartiere? “
“Si, Più SpazioQuattro, facciamo parte della rete delle case di quartiere “
Quel pomeriggio mi si è aperto un mondo, quello fatto da tante persone per molti aspetti diverse ma tutte portatrici sane del senso di comunità.
Ho conosciuto la grande comunità dei bisognosi di sostegno morale, economico, psicologico e quella, più piccola, ma fortemente determinata, degli operatori e dei volontari.
Non ho trovato ostacoli ma solo opportunità di crescita; nei pomeriggi al doposcuola, con i bambini delle elementari, tutti stranieri, e questo un poco mi dispiace, tanto diversi per provenienza, e tanto ugualmente bambini. Insieme non facciamo solo i compiti, anche se i
genitori chiedono principalmente di essere sgravati da quell’impegno. Giochiamo e quando si crea la condizione giusta, chiacchieriamo, ci raccontano i loro problemi, le riflessioni sulle amicizie, le delusioni per piccoli torti e tradimenti, i più piccoli accoccolati o stancamente abbandonati sul banco.
Nelle conversazioni in italiano con gli stranieri ho incontrato le mamme nordafricane, quelle senegalesi, donne e uomini asiatici e sudamericani, giovani ragazze australiane, tutti accomunati da destini difficili che li hanno fatti incontrare qui, nel mio quartiere. Li ascolto parlare, raccontare di nonni e genitori rimasti a casa mentre fratelli e sorelle si sono avventurati nel mondo. Nei nostri discorsi sgrammaticati, intercalati dalle loro lingue, non saprei dire se è più quello che fino ad oggi ho insegnato o quello che ho imparato.
Sicuramente ho imparato tanto.
Le ragazze col velo e quelle con le parrucche sempre diverse, cosicché spesso non le riconosco, raccontano le loro esperienze, i matrimoni combinati dai genitori con uomini sconosciuti, ritenuti buoni partiti, che già vivono e lavorano qui, le tradizioni dei paesi di origine, le ricette di cucina.
Mostrano sui cellulari le fotografie dei figli, delle feste di matrimonio con gli abiti tradizionali, di frutta e verdura che è la stessa ovunque ma con nomi tanto diversi.
Succede, raramente, ma succede, che si creino legami più forti. Con Naoual, giovane marocchina coetanea di mia figlia, sono andata in pizzeria, al caffè, passeggiato e ci siamo scambiate piccoli, sinceri regali.
Faceva l’infermiera in ospedale nel suo paese, qui la badante, senza tutele. Accudisce un giovane fratello malato ma non si lamenta mai e non vuole tornare indietro. Ho visto le fotografie di suo padre, un anziano alto e magro col bastone e con una tunica lunga fino ai piedi, nascosti dai fiori di un campo pieno di colori, esteso fino al blu intenso del cielo.
“Cosa ti tiene qui? “le ho chiesto.
Non conosce abbastanza vocaboli per spiegarmi la sua scelta.
Mi dice “non puoi capire”, con un sorriso dolce che mi intenerisce. È vero, non posso capire e non è solo un problema linguistico.