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Racconto

P.

location_onVia Ettore Perrone, 10122 Torino TO, Italia
personCreata da Labs Firstlife
Tipo di racconto:Storia di prossimità
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Tipo di racconto:Storia di prossimità

Info

Lo sportello Multiservizi delle ACLI Città Metropolitana di Torino APS è attivo da tre anni alla C.C. Lorusso e Cutugno e da quando è iniziato, solo sul padiglione B, le persone incontrate sono circa un centinaio. Le segnalazioni arrivano tramite gli educatori che valutano situazioni di fragilità a cui poter fornire un supporto. Il periodo della detenzione, in molti casi, mette in pausa parti importanti della vita, le sospende e le persone che stanno per uscire spesso lo fanno con quello che avevano quando sono entrate, a volte con meno: relazioni interrotte, rapporti deteriorati, documenti persi, lavori sfumati con l’arresto e in più lo stigma di una condanna. Sanno cosa lasciano. Quello che troveranno fuori è spesso più difficile da immaginare, perché la vita lì non si è fermata. Il lavoro dello sportello comincia su questa soglia, dove si cerca di ricominciare.

P. ha trentadue anni, è in custodia cautelare. C'è un appello in corso che potrebbe portarlo fuori presto o tenerlo dentro ancora a lungo e questa incertezza la porta con sé nel colloquio. Ha uno sguardo diretto, ispira simpatia quasi subito e questo rende i colloqui con lui più facili rispetto ad altri, ma anche, per questo, più delicati. La simpatia non semplifica le cose, a volte le copre.

È a Torino da vent'anni con la sua famiglia che dopo l'arresto ha interrotto i contatti, compreso il fratello, che era un importante punto di riferimento. Non ha un lavoro, non ha risparmi, non ha un posto dove tornare. Sta frequentando la scuola per tenersi occupato, come molti fanno e la prima cosa che comunica è di voler partecipare al bando delle case popolari. Gli è stato suggerito dal suo compagno di cella, ma lui non ha idea della lunghezza dell’iter e delle liste di attesa, vuole solo un posto dove stare quando uscirà.

Non è inusuale che i percorsi vengano costruiti come un puzzle un’informazione alla volta, la prima domanda è: “Se dovessi uscire domani cosa faresti? Dove andresti e quali sarebbero le tue priorità?”. La prima risposta è sempre generica: casa e lavoro, da lì si cerca di fare emergere la parte importante: i dettagli. Viene fuori che il reato per cui è detenuto è ostativo rispetto a molte misure alternative e questo chiarisce abbastanza presto che la questione della casa, per quanto urgente, non può essere l'unico filo del percorso, forse nemmeno il principale. Bisogna capire da dove si parte prima di decidere dove andare. 

Nei primi colloqui si lavora soprattutto a conoscerlo. Parla, ascolta, risponde. C'è in lui una voglia di capire che non è scontato trovare, anche se non sempre riesce a spingersi in profondità. A un certo punto si arriva a parlare di quello che è successo, di com'è andata. Non direttamente, lo spazio per farlo si costruisce nel tempo, colloquio dopo colloquio. Quello che emerge è una storia relazionale intricata, in cui lui si è sentito, dice, anche intrappolato, oltre ad aver fatto del male. Non lo dice per giustificarsi, o almeno non soltanto: lo dice perché è quello che ha vissuto e nessuno gliel'ha riconosciuto. Riesce, in modo ancora fragile, ad aprirsi all'idea che forse ci sarebbe bisogno di capire meglio come funzionano le sue relazioni, perché prendono sempre quella piega. Non è terapia, non è un percorso psicologico. È uno sportello di primo ascolto, con i limiti che questo comporta. Ma a volte basta che una cosa venga detta ad alta voce, che qualcuno la tenga, perché abbia spazio per esistere, perché la persona si senta compresa e si avvii un processo di consapevolezza.

Intanto si contatta l’avvocata: il quadro pratico è complicato. C'è una storia con l'alcol, durante la detenzione c'è stato un ricovero in ospedale, ma nessuna presa in carico formale da parte di un SerD e questo esclude le comunità terapeutiche. Lui minimizza la questione, dice che beve troppo ogni tanto, ma niente di più e questa informazione non fa che rafforzare l’idea che ci sia bisogno di un percorso strutturato. Il fatto che non abbia ancora un fine pena certo lo esclude in partenza dai progetti di inserimento abitativo e lavorativo esterno, per il momento. Ma la custodia cautelare sta per scadere e le opzioni si stringono. La cosa migliore per lui in questo momento è ricevere un giudizio definitivo, la certezza del fine pena oltre a essere un sollievo, gli apre diverse possibilità di percorso. Nel peggiore dei casi rimarrebbe in carcere, ma almeno non finirebbe in strada da un giorno all’altro.

All’interno della rete costruita in questi anni c’è l’associazione Papa Giovanni XXIII che, tra le sue strutture, ha la Comunità Educante con i Carcerati, un accompagnamento verso la riflessione e rielaborazione del proprio vissuto che si conclude con un accompagnamento al lavoro. La sede è a Rimini. Quando viene proposto a P., dice qualcosa che assomiglia a un no. Non ha un motivo preciso per restare a Torino, ma Rimini è una città che non conosce, la comunità è una struttura che non ha scelto. In quel tempo in istituto, P. ha trovato un suo posto: frequenta un corso di installazione di climatizzatori, gioca a calcio, va a scuola, si è fatto conoscere da detenuti, agenti, educatori. Dice che quasi non vorrebbe andarsene e lo dice sul serio. In quel momento il carcere è uno dei pochi posti in cui riesce a stare senza doversi reinventare da zero. Questa capacità di costruirsi un ambiente, di farsi conoscere, di creare legami, è una risorsa reale, anche se non è quella che si tende a cercare e questo conferma che si è sulla buona strada, anche se costa fatica per P.

Ci si torna sopra più volte durante i colloqui, non si sente mai del tutto sicuro, ma accetta di fare un primo colloquio conoscitivo. Legge il materiale che gli è stato portato per prepararsi, conoscere meglio quella realtà che scopre essere molto affine con la sua fede e questo lo convince un poco di più. L’incontro previsto a dicembre viene però rimandato per questioni organizzative e P. si demoralizza. Durante la reclusione si impara a convivere con l’attesa perché i tempi sono molto diversi “dall’esterno” e basta poco per fare saltare i programmi, ma per questo si sviluppa anche un certo pessimismo verso i servizi: “finché le cose non sono fatte, non ci credo”, dice una volta.

Alla fine a gennaio arriva il primo colloquio, poi il secondo e infine l’ultimo. Sono molto entusiasti di lui, l'esito è positivo e viene data disponibilità all'accoglienza immediata. “Finalmente ho visto un sorriso sul volto di questo ragazzo” dice l’avvocata durante la telefonata in cui comunica che la misura è stata immediatamente sostituita con la detenzione domiciliare richiesta. A volte questi iter richiedono mesi, in questo caso è successo tutto molto in fretta e ora bisogna coordinare il momento dell’uscita: il 25 febbraio.

La scarcerazione è caotica, come spesso succede: il giorno comunicato non corrisponde precisamente a quello reale, P. non ha subito a disposizione un telefono, la comunità ha orari rigidi. Quando riesce a chiamare, un operatore del servizio ponte lo raggiunge, lo accompagna in stazione, gli compra il biglietto. La comunità è avvisata del suo arrivo e. P. parte. È un po’ confuso, ma felice.

Quello che succederà a Rimini non è dato sapere. C'è una struttura, c'è lavoro, c'è un percorso. Ma P. porta con sé quello che lo ha accompagnato fin qui, nel bene e nel male e un biglietto del treno non cancella la complessità di certi problemi.

Però ora ha un posto dove andare, qualcuno che lo aspetta dall'altra parte. Non è un punto d’arrivo, ma è qualcosa che quando è entrato non aveva: un nuovo obiettivo.

Aut: Aurora Palmieri

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