Il mio primo giorno al Consorzio Abele Lavoro non è stato quello che immaginavo. Ero stato assunto da poco e destinato a un progetto per rifugiati che univa l’inserimento lavorativo all’accompagnamento sociale e abitativo. Mentre cercavo la sede della cooperativa partner, pensavo che quel lavoro sarebbe stata la mia ultima prova nel sociale: “Se non funziona, cambio settore”.
Arrivai direttamente a una supervisione di progetto. Non conoscevo colleghi, procedure, né persone seguite. Mi era chiaro però il motivo per cui mi avevano collocato lì: avevo lavorato a lungo in psichiatria e nelle case, e quell’esperienza poteva tornare utile. Tutto il resto era un’incognita.
Il progetto si rivelò subito una palestra intensa. Incontrai famiglie con bambini piccoli che cercavano una casa e gli arredi minimi per partire. Mi stupivano richieste che, all’apparenza, sembravano stonare con la precarietà: “Non questa tv, un’altra…”, “Non il materasso unito, lo voglio doppio”. Mi irritava, lo ammetto. Poi, col tempo, capii che quelle scelte erano uno dei pochi spazi di autodeterminazione rimasti.
Tra i primi casi che seguii c’era un ragazzo somalo, Ahmed. Viveva solo, ai margini della comunità somala, che lo considerava “pazzo” per la sua tendenza a ubriacarsi. Una notte mi chiamò il vicino: Ahmed stava rompendo mobili e urlando. In casa avevo un bimbo piccolo addormentato e mia moglie preoccupata. Non sapevo se andare, né se chiamare le forze dell’ordine. Andai lo stesso, confidando nel rapporto che avevamo costruito.
Lo trovai agitato ma, quando mi vide, si calmò. Sedemmo sul pavimento tra i vetri e ci parlammo poco. La mattina dopo riprendemmo il lavoro con lui. Era un percorso accidentato: accettazioni e rifiuti, piccoli progressi seguiti da improvvisi scarti. Lo accompagnai al SerD, ai servizi sociali, al centro di etnopsichiatria. Lì incontrammo un’équipe che cercò di capire insieme a noi cosa ci fosse dietro quel bere continuo.
La risposta arrivò attraverso i contatti con la sua comunità rimasta in Somalia. Ahmed era padre di due ragazze e aveva attraversato la guerra. Erano emersi episodi di violenza subita e agita, di cui portava un peso che non sapeva nominare. L’alcol era il modo più rapido per mettere a tacere immagini che non riusciva a contenere. Quella consapevolezza cambiò anche il mio modo di stargli accanto.
Accanto al lavoro sul campo c’era però un’altra parte: la rendicontazione. Moduli, firme, fogli presenza. I committenti verificavano soprattutto questo, non vedevano notti insonni, discussioni con i servizi, visite a domicilio. Lì nacque la mia espressione: “l’apostrofo nero tra registri e timesheet”. Una piccola fessura dove si infilava la vita vera, quella che non stava nei moduli ma che dava senso al resto.
Quel progetto è durato anni. È stato impegnativo e a volte frustrante, ma mi ha insegnato molto: la complessità dei percorsi di chi arriva da lontano, la necessità di tenere insieme norme e relazione, la fatica e la bellezza dello stare accanto. È stato anche l’inizio di un percorso professionale che, un passo alla volta, mi ha portato a coordinare altri servizi e poi a diventare Presidente della cooperativa.
Ripensandoci oggi, capisco che se sono rimasto nel sociale è anche per colpa – o merito – di quel primo giorno confuso, di quella chiamata notturna, di Ahmed e di tutti gli altri “apostrofi neri” incontrati sul cammino.