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Racconto

Danko - Vai a scuola?

location_onVia Antonio Cecchi, 17, 10152 Torino TO, Italia
personCreata da Labs Firstlife
Tipo di racconto:Storia di prossimità
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Tipo di racconto:Storia di prossimità
Fa parte di Fondazione Porta Palazzo

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Ai Giardini c'è sempre qualcuno. Un gruppo, più o meno lo stesso, che cambia un po' ogni volta. Ci sono persone che non hanno un posto dove stare. Quelli che passano dopo il lavoro per parlare nella loro lingua con un amico. Quelli che stanno lì e basta, fermi, seduti con lo sguardo lontano.

Io passo. Passo con una certa regolarità, a volte come volontaria, a volte con un ruolo preciso dentro un progetto. Cambia poco. Il modo è lo stesso.

Si comincia sempre con un saluto.

Ciao, come va?

A volte arriva una risposta. A volte silenzio. A volte una domanda. Passo con cadenza fissa perché chi è lì sappia quando trovarmi. Sappia che ci sono. Non serve altro. Io passo, ci si vede, ogni tanto si parla.

Danko l'ho notato nel tempo. Prima era solo uno del gruppo. Poi un giorno si è avvicinato. Aveva una birra in mano e qualcosa da dire.

Cercava lavoro. L'italiano lo parlava, non benissimo ma abbastanza. Con gli amici usava il Mandingo, sempre. Il permesso di soggiorno era scaduto da un po'.

Se cerchi lavoro, meglio avere tutto in regola. Per il lavoro l'italiano conta. Ti cerco una scuola?

Pausa.

Cosa pensi tu?

Si cerca. Io poi ci vado.

La scuola l'abbiamo trovata. Ci è andato.

Per un periodo non l'ho più visto ai Giardini. Poi è ricomparso. Mi ha cercato appena sono arrivata.

Sai che sto andando a scuola? Adesso studio, così rinnovo il permesso. Poi cerco lavoro.

Lo diceva piano, come chi riferisce qualcosa di già deciso. Non aspettava commenti. Mi stava solo aggiornando.

La settimana prima dell'esame è arrivato agitato.

Se non riesco ad avere il certificato dalla questura non posso fare l'esame. L'esame è venerdì. Il prossimo venerdì.

Pochi giorni. Sportelli, code, numeri da prendere, uffici che non rispondono. Cose che si moltiplicano quando il tempo stringe.

Danko ha fatto l'esame.

Poi ha trovato lavoro. Poi una casa. Un amico lo ha ospitato qualche mese. Poi si è sistemato in zona.

Ci incontriamo in giro. Al bar, in strada, ai Giardini dopo il lavoro. Manda vocali. Scrive. Tiene aggiornata la situazione.

Il lavoro tutto bene. Ora voglio prendere la patente. Ma prima vado a casa. Sono dieci anni che non torno. Adesso posso. Ho il titolo di viaggio.

Quando è tornato dal Gambia aveva una maglia addosso che non avevo mai visto. Una T-shirt colorata, fatta a mano con fili di plastica riciclata, intrecciati. Luccicava al sole.

L'ho incrociato in quartiere, per caso, in un locale. La indossava. Ha alzato gli occhi prima che io dicessi qualcosa.

Queste le fa mia mamma. È bella, vero?

Sì. Era bella.

Dieci anni fuori. Ha mandato soldi a casa per tutto quel tempo, ha tenuto in piedi qualcosa da lontano senza poterci mettere le mani. Poi è partito. È tornato con quella maglia addosso.

Non ha aggiunto altro. Non serviva.

Ogni tanto mi fa domande. Non del tipo: cosa devo fare. Del tipo: ha senso quello che sto pensando?

Se prendo la patente posso cercare un altro lavoro e andare avanti. Tu cosa pensi?

La domanda torna spesso, in forme diverse. Non è una richiesta di istruzioni. È un modo di ragionare ad alta voce con qualcuno che c'è.

Quando arriva quella domanda, la cosa più utile non è rispondere. È rimandare la domanda. Spostare il focus di un millimetro e aspettare. Chi ha fatto la domanda di solito sa già dove vuole arrivare. Ha solo bisogno di un interlocutore che non scappi e non riempia il silenzio troppo in fretta.

Passare con regolarità in uno spazio pubblico non è complicato. Non richiede strutture particolari. Richiede di esserci, di tornare, di non sparire quando non succede niente di rilevante.

A forza di passare, qualcuno si avvicina. Fa una domanda. Ci si ferma. Si va avanti da lì.

Danko ha trovato la scuola, ha rinnovato i documenti, ha trovato lavoro, ha trovato casa. Ha fatto tutto lui. Il percorso era suo. Io ho trovato il numero di telefono di una scuola e mi sono fatta trovare quando serviva.

Non è poco. Non è molto. È quello che era.

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