Mustafa è nato a Laayoun, nel Sahara Occidentale, il 5 settembre 1965, ed è morto a Torino il 1° maggio 2024. Non si sa con precisione quando sia approdato a Porta Palazzo, che è diventato il suo mondo per quasi metà della vita. Era doppiamente scappato: nemico delle violenze commesse dagli uni e dagli altri, a cui aveva assistito e che aveva subito, detestava l’autoritarismo del Marocco e le derive del fronte Polisario. Anche i familiari erano emigrati in Italia; Mustafa tuttavia si sentiva diverso, non aveva accettato di rimuovere l’identità saharawi e di integrarsi come immigrato marocchino. Ai tempi delle grandi sanatorie non si era regolarizzato, impaurito dal rischio di essere identificato. Amava profondamente la libertà e la giustizia, pur avendo conosciuto la tortura e la dipendenza.
Era una presenza in piazza della Repubblica che molti riconoscevano. Salutava tutti e si metteva a conversare del più e del meno e dei massimi sistemi con chi aveva voglia di fermarsi. Dava una mano in un negozio, i proprietari gli volevano bene, gli procuravano cibo e vestiti, oltre a pagarlo, un po’ per volta, perché non finisse tutto in sigarette fumate e regalate, birra e gratta e vinci.
Negli ultimi anni ha potuto contare su un tetto, ospite di lunga durata da un amico fraterno conosciuto in piazza, poi da altri amici vicini, infine in una piccola mansarda tutta sua, con vista sui cortili e sulla collina. Un’amica si era offerta di intestarsi il contratto e varie persone collaboravano alle spese.
Nello stesso periodo si era lasciato convincere a fare domanda di asilo. Un primo avvocato aveva decretato che, senza un atto di nascita, un pezzo di carta da cui cominciare, non si poteva avviare il processo. Che delusione. Poi, grazie a un’avvocata amica di un amico, era stato contattato un avvocato esperto in immigrazione, che si era offerto di seguirlo e si era detto ottimista. Come prima cosa, Mustafa si è trovato a fare l’impensabile: raccontare la sua storia. Lui, che amava parlare e discuteva volentieri di politica, poesia e filosofia per ore, anche con gli amici più stretti era evasivo e incoerente riguardo al passato. Con uno psicoterapeuta di un centro per migranti, è riuscito a evocare i traumi vissuti e a fare una ricostruzione, seppur parziale, degli eventi. Un’occasione unica di guardare in faccia i fantasmi che lo perseguitavano.
L’amica avvocata lo accompagnava in questura; senza di lei difficilmente si sarebbe presentato ai vari appuntamenti dell’iter burocratico. Qualche mese di attesa, e lo status di rifugiato è stato riconosciuto. Dopo decenni di invisibilità, Mustafa si è recato all’anagrafe, che gli ha rilasciato la carta d’identità – quel giorno la gioia è stata più forte di ogni tormento. E, anche se tecnicamente «non valida per l’espatrio», gli ha dato lo slancio per unirsi a un gruppo di amici in gita oltralpe e godersi un’avventura spensierata per un weekend intero.
Sognava di rivedere la sua terra martoriata e gli amici non vedevano l’ora di accompagnarlo, non appena ottenuta la cittadinanza italiana.
Nell’ultimo anno Mustafa si faceva vedere sempre meno. I datori di lavoro storici, che finalmente avevano potuto metterlo in regola, si lamentavano delle continue assenze. Lui si lamentava di dolori che rendevano penoso fare le scale e passava molto tempo in casa. Non rispondeva al telefono, ma quella non era una novità.
Proprio ora che era un po’ tranquillo, senza più la paura di essere fermato dalla polizia, di essere derubato, di dormire al freddo, Mustafa si è ammalato. È arrivato in ospedale scortato da un infermiere in pensione, volontario di un’associazione di assistenza sanitaria. Da solo non ci sarebbe andato, anche se il medico, intuendo che era grave, l’aveva spedito al pronto soccorso. Dopo qualche giorno è arrivata la diagnosi, che non lasciava speranze: la vescica, organo del “lasciare andare”, era pesantemente compromessa.
Per qualche settimana, in ospedale e poi all’hospice, Mustafa ha ricevuto continue visite di amici italiani e marocchini, ha chiesto che gli portassero abiti comodi e un cappellino per il sole, latte, dolcetti e frutta. Dava sottobanco datteri al vicino di letto diabetico e insisteva perché i visitatori mangiassero i pasti al posto suo. Anche se affaticato e a tratti demoralizzato, non ha perso la voglia di comunicare, di recriminare e di essere con gli altri fino all’ultimo istante di lucidità. Al suo capezzale si sono incontrati per la prima volta gli amici italiani e la famiglia, stupiti e felici di conoscersi malgrado le circostanze.
Per volontà dei familiari, e per ironia della sorte, il suo corpo è sepolto in una città del Marocco intitolata a un re vituperato, dove i parenti si sono trasferiti. Lì vive suo figlio, che non l’ha quasi conosciuto e che ha accolto la salma all’aeroporto. Agli amici che passano da Porta Palazzo sembra ancora di vederlo, in un angolo della piazza, tazzina di caffè raffreddato in mano, impegnato a intrattenere il passante di turno.